
Ricevuto dall'Amico Vittorio Prayer Direttore di Agorà e dallo stesso riportato sullo splendido volumetto allegato all'ultimo numero della rivista, dedicato alla Biennale Internazionale di scultura.
Uno Zubbani in veste di sublime poeta trasforma abilmente l’immagine dello scempio delle nostre montagne in un poema paradisiaco. Sentite cosa scrive nell’introduzione al volumetto allegato ad Agorà. “ Da almeno 2000 anni caviamo marmo. Montagne decollate, pareti sbiancate, colline tramutate in birilli, spezzoni, antri nel ventre del massiccio bianco. Abbiamo dato luogo a nuove prospettive, talvolta inquietanti, che nel gioco delle luci, delle ombre, delle nuvole e delle nebbie rimandano ad altro. Lontano od immaginario….E ancora: ritmi ossessivi di fili e di tagli, tra argani e ruspe gigantesche, marchingegni per ridurre marmi in minuzzoli e titanici camion per trasportarli a valle. Navi per spedirli nei 5 continenti…”




Panem et circenses (letteralmente, Pane e giochi del circo) è una locuzione in lingua latina molto conosciuta e spesso citata. Era usata nella Roma antica.Contrariamente a quanto generalmente ritenuto, questa frase non è frutto della fantasia popolare ma ha un autore specifico. È stata creata infatti dal poeta latino Giovenale (Satire, 10 81).Questo poeta fu un grande autore satirico: amava descrivere l'ambiente in cui viveva, in un'epoca nella quale chi governava si assicurava il consenso popolare - un po' come, secondo alcuni, accade anche oggi - con elargizioni economiche e con la concessione di svaghi (in questo caso le attività circensi che si svolgevano negli anfiteatri quali il colosseo romano) a coloro che erano governati.Per estensione, la locuzione è stata successivamente usata, soprattutto in funzione critica, per definire l'azione politica di singoli o gruppi di potere volte a attrarre e mantenere il consenso popolare mediante l'organizzazione di attività ludiche collettive, o ancor più specificatamente a distogliere l' attenzione dei cittadini dalla vita politica in modo da lasciarla solo alle elitè. Con intenzione simile, si è usata l'espressione Feste, farina e forca per definire la vita nella Napoli del periodo borbonico, in cui all'uso di feste pubbliche e di distribuzioni di pane si accompagnava la pratica di numerose impiccagioni pubbliche come dimostrazione della capacità del potere politico di assicurare il mantenimento della legalità.