
Nel 1960, quando venne reso noto il progetto della nuova diga di Assuan, la “Diga Alta” (Sadd al-Ali), ci si accorse che la conseguente formazione del bacino della diga avrebbe segnato il destino di decine e decine di templi e monumenti sparsi lungo la valle del Nilo. Si sarebbe infatti formato un enorme lago, il lago Nasser, che avrebbe sommerso tutto. L’Unesco (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) lanciò un appello mondiale per la salvezza del patrimonio artistico e archeologico condannato alla scomparsa. Furono così raccolti cospicui fondi che permisero di prendere provvedimenti per quasi tutti i casi. Alcuni monumenti di piccole dimensioni vennero spostati, altri furono protetti da robusti bastioni o da sitemi di canali per deviare le ondate di piena.Per i templi di Abu Simbel il problema era molto complesso, date le loro enormi dimensioni e la loro posizione quasi a livello ordinario del Nilo. Vennero presentati non meno di quaranta progetti diversi, ma alla fine prevalse la soluzione ideata da una società svedese: i templi, suddivisi in un migliaio di blocchi, pesanti anche una trentina di tonnellate, sarebbero stati trasferiti sulla cima della stessa collina nella quale erano stati scavati.Il 16 novembre 1963 venne firmato il contratto tra la Repubblica Araba Unita e la Joint Venture Abu Simbel, la società appaltatrice dei lavori, che raggruppava ditte di cinque paesi, tra i quali l’Italia. Nel marzo successivo, i tecnici eressero intorno ai templi una grande diga lungo 365 metri e alta 30 metri, il cui compito era quello di mettere al riparo le opere della prima piena del Nilo.Per la delicatissima impresa del taglio dei templi vennero arruolati quasi esclusivamente i cavatori di marmo italiani delle Alpi Apuane e del Vicentino, così abili e ingegnosi da lasciar sbalorditi anche i tecnici stranieri del ramo. Ogni pezzo da segare presentava un problema diverso, poiché l’arenaria non aveva sempre la stessa grana e consistenza; inoltre era necessario che, a opera finita, le suddivisioni non fossero troppo evidenti. Perciò non solo si dovettero costruire e sperimentare seghe particolari, dal taglio netto e sottile il più possibile, ma si cercò anche di eseguire i tagli seguendo le incisioni lasciate tremila anni addietro dagli scalpellini egiziani. Al tempo stesso, poiché non si poteva asportare il “soffitto” dei due templi, essendo essi scavati nella roccia, fu necessario togliere tutta la sezione di collina che gravava sui due soffitti, per un totale di 300.000 tonnellate di peso. Poiché l’arenaria è materiale molto friabile vennero studiate tecniche particolari per il trasporto: l’attrito con corde o altro avrebbe potuto rovinare le delicate superfici. In ogni blocco vennero praticati da due a quattro fori di 5 centimetri di diametro, entro i quali furono collocate “maniglie” di acciaio per poterli sollevare.Debitamente contrassegnati, i blocchi vennero adagiati su grandi autocarri, pieni a metà di sabbia, e quindi trasportati a uno a uno, a velocità ridotta per evitare ogni scossone, nella nuova sede.Nell’autunno del 1967 terminò la ricostruzione dei templi, ma trascorse ancora più di un anno prima che fosse completata la sistemazione delle due colline artificiali, che contengono i templi, e anche di tutta la zona circostante. Tra i sovraintendenti della missione carrarese vi erano il Sindaco Andrei (Pippa), lo scultore Nardo Dunchi e il fotografo Ilario Bessi.


