ANDREA LAZZARI

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domenica, 27 aprile 2008

1975...LA PADANIA SEMBRAVA VICINA

MA NASCERÀ DAVVERO LA SUPER REGIONE DELLA PADANIA?

FANTI SPIEGA LA SUA PROPOSTA PER UNA GRANDE “LEGA DEL PO”

di Francesco Santini .
L’accordo tra Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto ed Emilia per superare la crisi è giudicato dal Presidente emiliano “improcrastinabile”. Quest’area geografica “ha in comune un groviglio di problemi irrisolti”. Alla vigilia dell’incontro Governo-Regioni fissato a Roma per metà novembre, Guido Fanti Presidente della Giunta dell’Emilia Romagna, rilancia con il tema Padania il ruolo dell’area del Po e giudica improcrastinabile un accordo tra Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto ed Emilia per superare la crisi che ha colpito il Paese. C’è sul tavolo del governo Moro il piano di intervento a medio termine e Guido Fanti propone la partecipazione delle Regioni al dialogo per il rilancio economico. Chiede perciò che al discorso con i Sindacati, il Governo affianchi in parallelo quello con le Regioni impegnate in queste settimane ad attuare i decreti anticongiunturali e a preparare i bilanci del prossimo anno. “È un’occasione che il Paese non può perdere – dice – un appuntamento al quale gli Enti locali, proprio per le funzioni loro attribuite, non possono mancare”. Inserisce su questo punto il progetto di un accordo tra le cinque Regioni dell’area del Po e subito aggiunge che la proposta non nasconde l’insidia di scaricare una nuova forza sul governo centrale: vuole al contrario, “convogliare l’apporto coordinato di un’area geografica che ha in comune un groviglio di problemi irrisolti, di scelte non fatte”. “Nessuno vuole indebolire il governo Moro – dice – anzi la nostra è una proposta di sostegno” e liquida i timori di una aggregazione tra Regioni forti, fatalmente contrapposte ad un Mezzogiorno debole, chiarendo: “Nel Centro- Nord la crisi economica non si è tradotta come al Sud, in crisi sociale: quindi in un discorso ampio di programmazione, la strategia di intervento non si deve risolvere sulla testa del Meridione d’Italia, anzi le cinque Regioni del Po sono chiamate a incidere come fattore di equilibrio”. Fa un esempio, quello dei Servizi sociali che sempre è stato molto a cuore agli amministratori emiliani e si dice pronto a “non pochi sacrifici”. Ricorda che in questo settore il livello raggiunto dalla sua Regione rappresenta una “singolare eccezione” ma si domanda: “In una situazione di crisi e di dissesto generale dell’economia, è giusto continuare con le scuole materne e gli asili nido addebitati alla spesa nazionale? Si possono ancora spendere somme così ingenti?” Per Fanti è necessario un coordinamento della spesa pubblica sul piano nazionale e subito aggiunge: “Noi siamo pronti a sacrificare parte delle nostre risorse purchè si sappia dove vanno a finire questi quattrini e insieme si decida come utilizzarli, si esige quindi un coordinamento secondo priorità valutate e programmate complessivamente”. In questo quadro che parte da un’analisi di crisi per il sistema economico “senza precedenza in 40 anni”, il Presidente della Giunta emiliana, individua nel superamento delle vecchie strutture dello Stato centralistico e nella rapida attuazione del nuovo Stato decentrato, “la via d’uscita per il Paese”. “Le Regioni – dice Fanti – rifiutandosi di chiudersi in se stesse, sono chiamate a svolgere il ruolo di protagoniste della politica nazionale e il consolidarsi dei rapporti permanenti, nell’area padana, rappresenta un contributo decisivo”. Le singole realtà regionali sono per Fanti limitate e i grandi temi, da quello dell’industrializzazione e dell’occupazione a quello degli investimenti “si estendono su aree geografiche ben più vaste; le risorse potenziali del Po sono disperse e inutilizzate, la crisi dell’agricoltura investe pesantemente anche le zone padane tradizionalmente più avanzate. Il patrimonio zootecnico si depaupera di giorno in giorno mentre il più grande fiume italiano è oggi una minaccia naturale, non una fonte di ricchezza”. Il progetto di aggregazione per le Regioni della Valle Padana è in formazione e si annunciano i primi contatti tra i Presidenti delle Giunte regionali. Fanti individua i punti al primo posto e le Regioni padane, nel tentativo di collaborare debbono tenere presenti essenzialmente, con gli sbocchi professionali dei giovani, il lavoro nelle campagne. “Ed è proprio nell’agricoltura che si fa necessario uno sviluppo coordinato tra le Regioni padane e quelle meridionali, non si può continuare a produrre disordinatamente senza confrontarsi sui problemi dell’irrigazione agricola, dei rapporti di produzione in agricoltura, delle colture pregiate, dell’industrializzazione agricola, della connessione agricoltura-industria”. Dall’agricoltura passa all’industria: “C’è da tener conto della domanda sociale, ma è necessario individuare tutti insieme, gli sbocchi sui mercati interni e su quelli esteri, ecco la necessità del confronto fra le Regioni del Po. Non si può ignorare la politica delle localizzazioni industriali, per uno sviluppo equilibrato del territorio”. Fa l’esempio dell’Innocenti, della necessità di riconversione produttiva da programmare con una base di organicità comune. Ecco la via d’uscita in nuovi indirizzi di polita industriale capace di promuovere l’ammodernamento e la ristrutturazione di alcuni comparti e di favorire processi programmati di riconversione nei settori destinati a un ridimensionamento. Dall’agricoltura, all’industria, alla ricerca scientifica, alla utilizzazione delle risorse naturali nell’area del Po, ad una diversa politica finanziaria che consenta un reale coordinamento. “Non c’è dubbio – dice – che non possiamo parlare di una programmazione nazionale e regionale senza lo strumento essenziale della politica finanziaria ed è qui che è necessaria un’iniziativa consona delle Regioni: non solo per la loro autonomia, ma nella direzione più generale di una riforma complessiva della finanza centrale”. Questa della Padania, è per Fanti una proposta essenzialmente politica. Ne ha parlato a Bruxelles, la settimana scorsa in sede CEE con il Presidente Ortoli e dice: “E’ inutile andare a Bruxelles a chiedere soldi per le Regioni quando non ci sono: la nostra proposta è stata diversa: chiediamo piuttosto che siano le Regioni e non la Cassa per il Mezzogiorno a gestire i fondi riservati in sede comunitaria, alle aree depresse del nostro Paese”."

(da La Stampa, 6 novembre 1975)





postato da: carraralibera alle ore aprile 27, 2008 17:41 | link | commenti (54)
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Commenti
#1    27 Aprile 2008 - 18:04
 
FEDERALISMO, «QUESTIONE VITALE»
Per Cattaneo, il federalismo era una questione vitale: «è per la prima volta al mondo - scriveva - una questione di tutto il genere umano: o l’ideale asiatico, o l’ideale americano: aut aut». Dove per ideale asiatico si intendeva il vecchio centralismo amministrativo, dispotico e assi poco liberale, e per quello americano il nuovo orizzonte della federazione e della libertà. La libertà, però, poteva esistere solo se accompagnata da un’ampia autonomia amministrativa. «Quando ingenti forze e ingenti ricchezze e onoranze - scriveva - stanno raccolte in pugno di un'autorità centrale, è troppo facile costruire o acquistare la maggioranza d'un unico parlamento: la libertà non è più che un nome; tutto si fa come tra padrone e servi».
Ma tant’è. Più d’uno, strumentalmente, ne ha fatto un apostolo del Risorgimento. Del Risorgimento, invece, Cattaneo rappresentò più che altro la coscienza critica. Litigioso e dal carattere schietto, era visceralmente antimonarchico: accettò, lui solitamente schivo, di guidare la rivolta delle Cinque Giornate, ma solo per amore verso la sua città e soprattutto per impedire che a Milano arrivasse Carlo Alberto, e con lui il centralismo rappresentato dai Savoia.
Riguardo agli altri “padri della patria”, Mazzini e Cavour, il Nostro ebbe modo di esprimere più volte giudizi caustici e poco riverenti. Accusò Mazzini di arrivismo («Ha il merito della probità, della perseveranza, e del sapersi sedere sulla prima scranna») per aver accettato, in nome dell'unità nazionale e per manie di protagonismo, di annacquare il suo repubblicanesimo accettando la monarchia; giudicò invece Cavour un faccendiere di Vittorio Emanuele, capace col suo «teatro» di mosse politiche e diplomatiche solo di costruire un «castello di carte». Lungi dall’essere un artefice dell’idea nazionale italiana sul modello patria-inno-bandiera, «Cattaneo - come scrisse Indro Montanelli - non sentiva la “nazione” e odiava il Piemonte, per il suo regime accentrato e statalista, più dell'Austria che nazione non era. All'Italia Cattaneo non pensava affatto. Il suo sogno non era l'unità nazionale, ma un Commonwealth mitteleuropeo a guida austriaca, in cui il Lombardo-Veneto prendesse il suo posto come Land dotato di ampia autonomia. Tant'è vero che quando gl’insorti gli proposero come testata del loro giornale (che non fece in tempo ad uscire) L'Italiano, lui la cambiò ne Il Cisalpino. Cattaneo non accettò mai l'Italia qual era e quale non poteva non essere, visto il modo in cui si era fatta».
Per lui, insomma - lo scrisse ad un amico nel 1850 - «l'Italia è fisicamente e istoricamente federale», e tale doveva essere fino in fondo. La Storia di questo Paese per il quale pure si era battuto con la penna e con le armi, a lungo, ha tradito i suoi ideali.
utente anonimo

#2    27 Aprile 2008 - 18:06
 
Il 19 dicembre 1943 i rappresentanti delle comunità occitane e valdostane stilarono, a Chivasso, una carta dei diritti delle popolazioni alpine. Il documento ritenuto una pietra miliare nella storia dall’autonomismo non fu praticamente preso in considerazione dallo Stato italiano nato dalla Resistenza.

Noi popolazioni delle vallate alpine constatando che i venti anni di mal governo livellatore ed accentratore sintetizzati dal motto brutale e fanfarone di «Roma doma» hanno avuto per le nostre valli i seguenti dolorosi e significativi risultati:

a) Oppressione politica attraverso l’opera dei suoi agenti politici ed amministrativi (militi, commissari, prefetti, federali, insegnanti) piccoli despoti incuranti ed ignoranti di ogni tradizione locale di cui furono solerti distruttori;

b) Rovina economica per la dilapidazione dei loro patrimoni forestali ed agricoli, per l’interdizione della emigrazione con la chiusura ermetica delle frontiere, per l’effettiva mancanza di organizzazione tecnica e finanziaria dell’agricoltura, mascherata dal vasto sfoggio di assistenze centrali, per la incapacità di una moderna organizzazione turistica rispettosa dei luoghi; condizioni tutte che determinarono lo spopolamento alpino;

c) Distruzione della cultura locale per la soppressione della lingua fondamentale locale, laddove esiste, la brutale e goffa trasformazione dei nomi e delle iscrizioni locali, la chiusura di scuole e di istituti locali autonomi, patrimonio culturale che è anche una ricchezza ai fini dell’emigra zione temporanea all’estero;

affermando

a) che la libertà di lingua come quella di culto è condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana;

b) che il federalismo è il quadro più adatto a fornire le garanzie di questo diritto individuale e collettivo e rappresenta la soluzione del problema delle piccole nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno storico degli irredentismi, garantendo nel futuro assetto europeo l’avvento di una pace stabile e duratura;

c) che un regime federale repubblicano a base regionale e cantonale è l’unica garanzia contro un ritorno della dittatura, la quale trovò nello stato monarchico accentrato italiano lo strumento già pronto per il proprio predominio sul Paese;

fedeli allo spirito migliore del Risorgimento dichiariamo quanto segue:


a) Autonomie politiche amministrative.
1) Nel quadro generale del prossimo stato italiano che economicamente ed amministrativamente auspichiamo sia organizzato con criteri federalistici alle valli alpine dovrà essere riconosciuto il diritto di costruirsi in comunità politicoamministrative autonome sul tipo cantonale;

2) come tali ad esse dovrà comunque essere assicurato, quale che sia la loro entità numerica, almeno un posto nelle assemblee legislative regionali e cantonali;

3) l’esercizio delle funzioni politiche ed amministrative locali (compresa quella giudiziaria) comunali e cantonali, dovrà essere affidato ad elementi originari del luogo o aventi ivi una residenza stabile di un determinato numero di anni che verrà fissato dalle assemblee locali.


b) Autonomie culturali e scolastiche.
Per la loro posizione geografica di intermediario tra diverse culture, per il rispetto delle loro tradizioni e della loro personalità etnica, e per i vantaggi derivanti dalla conoscenza di diverse lingue, nelle valli alpine deve essere pienamente rispettata e garantita una particolare autonomia culturale linguistica consistente nel:

1) diritto di usare la lingua locale, là dove esiste, accanto a quella italiana, in tutti gli atti pubblici e nella stampa locale;

2) diritto all’insegnamento della lingua locale nelle scuole di ogni ordine e grado con le necessarie garanzie nei concorsi perché gli insegnanti risultino idonei a tale insegnamento. L’insegnamento in genere sarà sottoposto al controllo o alla direzione di un consiglio locale;

3) ripristino immediato di tutti i nomi locali.
c) Autonomie economiche.
Per facilitare lo sviluppo dell’economia montana e conseguentemente combattere lo spopolamento delle vallate alpine, sono necessari:

1) un comprensivo sistema di tassazione delle industrie che si trovano nei cantoni alpini (idroelettriche, minerarie, turistiche, di trasformazione, ecc.) in modo che una parte dei loro utili torni alle vallate alpine, e cioè indipendentemente dal fatto che tali industrie siano o meno collettivizzate;

2) un sistema di equa riduzione dei tributi, variabile da zona a zona a seconda della ricchezza del terreno e della prevalenza di agricoltura, foreste o pastorizia;

3) una razionale e sostanziale riforma agraria comprendente:

a) l’unificazione per il buon rendimento dell’azienda, mediante scambi e com pensi di terreni e una legislazione adeguata della proprietà familiare agraria oggi troppo frammentaria;
b) l’assistenza tecnicoagricola esercitata da elementi residenti sul luogo ed aventi ad esempio delle mansioni di insegnamento nelle scuole locali di cui alcune potranno avere carattere agrario;
c) Il potenziamento da parte delle autorità locali della vita economica mediante libere cooperative di produ zione e consumo;

4) il potenziamento dell’industria e dell’artigianato, affidando all’amministrazione regionale cantonale, anche in caso di organizzazione collettivistica, il controllo e l’amministrazione delle aziende aventi carattere locale;

5) la dipendenza dell’amministrazione locale delle opere pubbliche a carattere locale e il controllo di tutti i servizi a concessione aventi carattere pubblico.

Questi principi noi rappresentanti delle Valli Alpine, vogliamo vedere affermati da parte del nuovo Stato Italiano, così come vogliamo che siano affermati anche nei confronti di quegli italiani che sono e potrebbero venire a trovarsi sotto il dominio politico straniero.
utente anonimo

#3    27 Aprile 2008 - 18:08
 
I padri nostri videro bene nella religione del Dio Termine la sicurtà e santità dei beni domestici e della società municipale; ma non seppero valersene alla sicurezza e santità d'altri beni più sublimi e d'altra pur necessaria e più vasta società. Che importerebbe ma la ineguale ampiezza delle giurisdizioni, in seno ad un'Italia tutta libera e tutta armata? Siffatte distribuzioni non sarebbero mai di maggiore inciampo che non siano in seno alla Chiesa i vescovati e gli arcivescovati. In cinquecento e più anni dacché fu proferito il giuramento dei Grutli mai Svitto non pensò a dolersi che Untervaldo e Uri volessero essere, al pari di lui, padroni in casa loro. Mai la vasta Virginia e la Pensilvania non insidiarono per amore di maggior concordia gli Stati, venti o trenta o cinquanta volte men vasti, di Rhode Island e di Delaware. I confini delle giurisdizioni, quali li fece la lunga serie degli eventi, rappresentano da lungi una diversità d'origini felicemente obliterate dalla lingua comune; e rappresentano dappresso la varietà delle legislazioni, dei costumi, dei dialetti, e l'abitudine dì moversi intorno a certi nodi naturali di commercio. Il turbare d'improvviso e senza necessità quest'ordine di movimenti e di funzioni, a cui tutti i calcolì delle famiglie sono coordinati, è più grave danno che non si creda; rende amare ai popoli le primizie della libertà; e in procinto di guerra , dissipa le loro forze e i loro pensieri. Nel volume si vede, come gli abitanti della Lunigiana, staccati poco prima dalla Toscana e aggiunti a Parma, si lagnassero delle insolite leggi: " Corre il sesto mese dacché siamo in una posizione sommamente deplorabile ". Le varietà quasi familiari degli Stati Uniti nulla tolgono alla coscienza nazionale, rivelata a se stessa e ogni giorno viepiù stimolata; e se anche alcuna cosa le togliessero, converrebbe pure, rimosso ogni ostacolo ai confini, lasciare ai commercio, al tempo, alle idee, e alle innovazioni deliberate in comune, l'ufficio di cancellar tali tradizioni senza danno e senza dolore.

Ma nel 1848 non si trattava già della lenta opera delle legislazioni, bensì dell'urgente e ardente guerra straniera, alla quale importava recar subito da tutte le parti d'Italia la maggior somma di gente e di danaro. Nella recente guerra svizzera, quando il cantone di Vaud pose in armi il dieci per cento della sua popolazione, gli altri cantoni che non fecero altrettanto, non poterono però averne timore o sospetto; anzi applaudirono con tutto l'animo al generoso esempio che accresceva le forze comuni. Tale è l'effetto dei principio federale e fraterno. A quella prima campagna il Piemonte apportò da 40 a 50 mila uomini, ossia l'uno per cento del suo popolo, ch'è quasi un quinto della nazione.

Se la sacra potenza d'un Patto avesse mosso tutta Italia a rispondere al primo invito di Milano combattente e fare altrettanto (e non era gran prodigio, era la decima parte di quanto poté fare la repubblichetta di Vaud), avremmo avuto in breve termine di tempo 250 mila uomini, e fra essi un qualsiasi numero di veterani stranieri, che d'ogni parte si offrivano. Inoltre in guerra non è tanta la difficoltà di far gente e armarla e addestrarla, quanto di traslocarla e provvederla. Perloché i popoli che sono più vicini al campo di battaglia possono facilmente opporre al nemico masse maggiori. Così poté Corno, colle forze d'una parte sola della provincia e di pochi Ticinesi, conquidere un presidio di 2000 soldati. E Brescia, nel 1797, aveva potuto dare 5000 fanti, 600 cavalieri e i cannonieri di una batteria che Bonaparte le aveva donata; il che faceva allora circa il due per cento di quella provincia. E non solo la vicinanza - la comodità, ma il più vicino e più fiero pericolo doveva chiamar più gente all'armi nella ribelle Brescia e nella ribelle Milano che non nel Piemonte; il quale era chiamato a combattere per comando di principe e per onor comune e dover di nazione, e per assicurare dall'oppositore straniero 13 riforma delle sue istituzioni e il suo progresso; ma non aveva a temere confische e supplizi e altre barbare vendette. Or bene, se per federale accordo si fosse mossa tutta Italia a far quanto il Piemonte, se il Lombardo-Veneto e i Ducati avessero fatto più ancora, la parte di forze che il Piemonte avrebbe mostrata in' campo sarebbe stata appena un quinto o un sesto del tutto. Ma la sua preminenza militare sarebbe allora svanita; allora la spada d'Italia non sarebbe stata una sola ; allora ad un solo principe non si sarebbero potute aggiudicare le spoglie dello straniero e quelle dei congiunti di Parma e di Sicilia. Dal principio dell'egemonia veniva per logica conseguenza che al Piemonte dovesse tornar molesta ogni maggioranza di soldati e i generali che non fosse de' suoi, epperò ch'esso dovesse escluder dal campo tre quarti delle forze nazionali. Tale è la differenza pratica tra il principio della federazione e quello dell'egemonia, tra quello dell'eguaglianza e quello della preminenza, tra quello dell'emulazione e quello della gelosia! Ognuno vede che questa fallace politica veniva fomentata nel governo piemontese dal proposito suo inopportuno d'acquistar a primo tratto nuove provincie; e che questo proposito non avrebbe potuto giustificarsi né tampoco prodursi alla luce dell'opinion pubblica, se l'unione non fosse parsa a molti, non usurpazione, né insidia, né pomo della discordia, come sembrò ai Parmigiani , ma un pratico avviamento all'unità; insomma, se l'idea dell'unità non avesse di lunga mano preoccupate le menti. A questa dunque si deve riferire e imputare tutta quella tenace catena d'errore, di disordine e di meravigliosa impotenza. E già prima che l'insurrezione avesse principio, un profetico scritto, benché con inutile e ingrata veracità, ne aveva ammonito l'Italia: " L'hypothese de l'unité s'attacherait nécessairement à un prince, à une famille royale, elle inspirerait à tous les princes menacés l'alliance de l'Autriche; elle envelopperait l'oeuvre de l'indépendance dans le mystère d'une cour; la discorde serait dans le camp avant le combat ".

Che se il Piemonte solo o quasi solo, ma con deliberata e audace strategia, e coi favore immenso dei popoli, avesse saputo ripetere intorno a Mantova i prodigi del gran capitano, e vincere con cinquantamila soldati, vincere con una sola spada, e a profitto d'un solo, e trapassare dall'unione d'una o d'altra provincia ad una improvvisa e gloriosa unità; non credano gli esuli che avrebbero perciò fondata la liberta'. Pur troppo lo dimostra l'esempio della Francia e della Spagna, a cui la libertà sanguinosamente conquistata sfugge eternamente di mano, per effetto delle immani forze accumulate in mano ai governi, mentre viceversa nella Svizzera e nell'America, ove ogni singolo popolo tenne la sua padronanza, Fa liberta' , dopo un primo a acquisto non andò più perduta. Tale e' la virtùdei principii, fuor dei quali ogni sforzo di valore e di sacrificio è vano. Né giova illudersi col dire che questi non siano principii: son principii anche essi di diritto; sono per lo meno principii di politica; e la politica è la necessaria tutrice del diritto; e principio è tutto ciò che genera conseguenze. Né giova illudersi col dire che, per poco che si aggiunga, e per poco che si tolga, la federazione viene bel bello a confondersi coll'unità poichè in tutte le faccende del mondo il passaggio da cosa a cosa si fa per gradi; e talmente per gradi si procede dalla pianta all'animale e dalla foglia al fiore e al frutto, che la scienza non può additare il punto ove il passaggio avviene. Non per questo alcuno cambierà mai il fico colla foglia o la pecora coll'erba che la pasce, o la paterna presidenza di Washington colla truce dittatura di Cavaignac. E' l'antico sofisma dei cumulo.

Sempre in preda a precipitose astrazioni, vedono nel mondo gli individui; poi le famiglie, ed è gran ventura; poi vedono anche il comune, ossia l'azienda, unita d'un centinaio forse di famiglie, e nel più de' casi, combinazione pressoché domestica e privata. Poi chiudono gli occhi per tutti gli altri internodi e ricapiti dell'umana società; balzano d'un tratto alla nazione, ch'è quanto dire, alla lingua. Ignorano lo Stato e le sue necessità. Dunque se una medesima lingua domina le Isole Britanniche, la Pensilvania, la California, l'alto Canadà, la Giamaica, l'Australia, per essi v'è solamente a far somma d'un maggior numero di famiglie e di comuni. Dunque il parlamento britannico non ha da far leggi; il congresso americano sogna d’aver leggi da fare; tanto è più superflua una legislazione provinciale per i fratelli della Pensilvania e i venturieri della Calífornìa; la torrida Giamaica non debbono aver leggi proprie, che rispondano ai luoghi e alle tradizioni e alle varie mescolanze degli uomini e alla varia loro coscienza; l'Australia debbe aspettare in eterno ogni provvedimento da' suoi antipodi, perché parla la stessa lingua, e fa secoloro una sola nazione!

No, qualunque sia la comunanza dei pensierì e dei sentimenti che una lingua propaga tra le famiglie e le comuni un parlamento adunato in Londra non farà mai contenta l'America; un parlamento adunato in Parigi non farà mai contenta Ginevra; le leggi discusse in Napoli non risusciteranno mai la giacente Sicilia, né una maggioranza piemontese si crederà in debito mai di pensar notte e giorno a trasformar la Sardegna, o potrà rendere tollerabili tutti suoi provvedimenti in Venezia o in Milano. Ogni popolo può avere molti interessi da trattare in comune con altri popoli; ma vi sono interessi che può trattare egli solo, perché egli solo li sente, perché egli solo li intende. E v'è inoltre in ogni popolo anche la coscienza del suo essere, anche la superbia del suo nome, anche la gelosia dell'avita sua terra. Di là il diritto federale, ossia il diritto dei popoli; il quale debbe...
utente anonimo

#4    27 Aprile 2008 - 18:44
 
...SEI GRANDE ANDREA!!!
Miro il padano
utente anonimo

#5    27 Aprile 2008 - 18:45
 
...GRANDISSIMO!!!
Miro il padano
utente anonimo

#6    27 Aprile 2008 - 20:02
 
La citata intervista del 6 novembre 1975 a Guido Fanti, Presidente della Regione Emilia Romagna, dimostra che il progetto geopolitico “Padania” non nasce, come comunemente si crede, nella Varese leghista post-democristiana degli anni ’90 bensì nell’Emilia-Romagna comunista degli anni ’70…eh si, la Padania e la “questione padana” non sono certo un’invenzione della Lega Nord…per verificare che poi la Padania in origine sia stata anche un progetto culturale oltrechè politico della sinistra emiliano-romagnola (ah, non la destra becera e razzista. eh,eh,eh) basta consultare il sito

http://www.comune.fe.it/iscofe/pada2.htm

dell'Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara dove si può leggere:

"PADANIA - storia cultura istituzioni Rivista semestrale dell'Istituto di Storia Contemporanea fondata nel 1985 L'area padana, regione cerniera tra la penisola mediterranea e il resto dell'Europa. Lo spazio geografico attorno e lungo il "grande fiume" in cui si é sviluppata una civilizzazione con caratteri fortemente similari, nonostante le lunghissime vicende di suddivisioni statali. Ricostruirne i tratti comuni senza trascurarne le diversità. L'obiettivo che PADANIA si propone avendo come pubblico ideale non solo studiosi e ricercatori ma quanti amano e si sentono protagonisti di questo mondo padano. Il progetto culturale della rivista privilegia quegli aspetti del vivere in comunità urbane e rurali che testimoniano un percorso comune, al di sopra e al di fuori dei confini stabiliti dalle diverse realtà amministrative: forme del lavoro, strutture di rappresentanza degli interessi e delle aspirazioni, tensioni ideali, immagini collettive, rapporti civili, esperienze e temi della vita quotidiana."
utente anonimo

#7    27 Aprile 2008 - 21:11
 
Cattaneo è amato anche dagli anarchici....quindi come vedi stiamo allargando i consensi!!!!
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#8    27 Aprile 2008 - 21:21
 
Gli anarchici positivi!
utente anonimo

#9    27 Aprile 2008 - 21:34
 
Il Federalismo non può limitarsi ad una esperienza di tipo regionale, pena il suo soffocamento, pena la sua sconfitta per accerchiamento : il fine non è il rinchiudersi in una torre d’avorio, semmai di contaminare e coinvolgere il numero maggiore di comunità. Presentarlo nel modo sbagliato significa finire con l’alienargli le necessarie simpatie e solidarietà generali.

Si tratta di un sistema sociale basato sul libero accordo tra comuni o comunità che si federano per salvaguardare i propri interessi o per risolvere problemi che solo la collaborazione o la messa in comune delle risorse necessarie può garantirne la realizzazione.

Non è detto che il fattore federale si debba o si possa realizzare solo tra comunità confinanti, può determinarsi, per stato di necessità o convenienza, anche tra popolazioni distanti tra loro.

Parallelamente a questa organizzazione sociale lo Stato centrale resta quale fornitore e/o garante di tutte quelle utilità che le varie realtà federate vorranno attribuirgli, riconoscergli.

Esemplarmente i Soviet del 1905 furono immaginati quali embrioni di una democrazia diretta a base federalista, i quali funzionarono nella Ucraina del 1919 e della città di Kronstadt, prima della repressione del governo bolscevico capeggiato da Lenin e da Trotzki.

La stessa cosa si può dire delle collettività agricole sorte nel periodo rivoluzionario nella Spagna del 1936, cosi come delle industrie catalane che sostennero lo sforzo rivoluzionario nello stesso triennio della guerra contro il nazifascista Caudillo Francisco Franco .( 1936/1939 ).

Ma il Federalismo deve agire trarre linfa vitale dalla quotidianità, sbagliando e correggendosi, cadendo e rialzandosi, immergendosi nella esperienza antistatalista e della auto democrazia nel campo della amministrazione del lavoro e delle imprese, provando sistemi nuovi ed antiautoritari, rispondendo alle necessità reali del momento senza arrestarsi di fronte alla paura dell’errore.

Il Federalismo è una parola d’ordine che la sinistra marxiana e marxista ha colpevolmente rimosso dal dibattito politico : troppo era distante dalla concezione della dittatura del proletariato per essere considerata dagli epigoni dell ‘ autoritarismo fatto straordinariamente importante e determinante.

Hanno lasciato che una forza razzista e populista come la Lega Nord se ne appropriasse, ci mettesse sopra il cappello dell’egoismo e del razzismo.
Anche di questa infamia un giorno dovranno renderne conto.

così imparate ad evocarmi ...
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#10    27 Aprile 2008 - 21:48
 
...il comunista Guido Fanti propose la super-regione Padania nel 1975...il PCI allora non volle nemmeno sentirne parlare...ma la questione settentrionale è ancora lì...si tratta di stabilire chi è favore e chi sostanzialmente contrario al nord...purtroppo i padani sono brava gente ma hanno processi mentali piuttosto lenti...ventanni per capire che il comunismo è finito...forse fra ventanni capiranno che forse la soluzione per il nord è la Padania...nel 1975 la propose Fanti, nel 1996 la riprose Bossi...forse fra ventanni si farà la Padania ma sarà comunque troppo tardi...SVEGLIA PADANI!!!!!
Miro
utente anonimo

#11    27 Aprile 2008 - 21:51
 
...beh considerare la Padania una "regione"...insomma...25.000.000 di abitanti...tre volte l'Austria...e l'Austria è appunto uno stato...
Miro
utente anonimo

#12    27 Aprile 2008 - 22:00
 
Il progetto Padania, Fanti o non Fanti, è un progetto che trasporta un acentro di potere da un posto all'altro ! C'entra col federalismo come il cazzo con le 48ore !
Non per nulla, per Fanti si tratta di un marxista e per Bossi di un Catto-democristiano !
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#13    27 Aprile 2008 - 22:05
 
...chissà perchè la Padania non può essere federale...anzi la Padania non può essere federale...i popoli padani e non il popolo padano...una e indivisibile mi sembra che sia un'altro stato...mi sembra...
Miro
utente anonimo

#14    27 Aprile 2008 - 22:06
 
...la Padania non può CHE essere federale...
Miro
utente anonimo

#15    27 Aprile 2008 - 22:09
 
..certo che se poi a uno non gli piace la Padania...allora non ci sono ragioni che tengano...comunque io non voglio convincere nessuno...semmai risvegliare...credo nel mito della rinascita...
Miro
utente anonimo

#16    27 Aprile 2008 - 22:23
 
Miro, non far finta di non capire! Io non contesto il diritto di alcuno al federalismo, ma deve trattarsi di federalismo come lo intendo io in compagnia di Cattaneo, di Proudhon, di Berneri di Rosseli e di Salvemini, e non certo come lo intendono marxisti-federalisti e catto-vetero-democristiani.

Entra nel merito delle questioni poste, nella sostanza delle proposte!

Ma dimmi te !
Un marxista-federalista !
Un exdemocristiano federalista!

Una via lattea spenta !
Una fusione fredda!
Una velocità della luce immobile ...

at salut, bona !
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#17    28 Aprile 2008 - 12:53
 
hanno perso la "cassa" ora visto che sono nelle regioni vogliono le mani sui fondi della comunità europea. altro che federalismo o miro togliti le fette di salame dagli occhi.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente CharlesWallet

#18    28 Aprile 2008 - 19:38
 
...Cattaneo, Proudhon, Berneri Rosseli, Salvemini?...ma guarda che sono solo dei teorici...rispettabilissimi teorici ma appunto solo dei teorici...nella storia contano i FATTI!!!..."o la Padania nasce subito federalista, ma di un federalismo allo stato puro, perfetto, teorico appunto, o la Padania non si fa perchè è roba da marxisti o da catto-comunisti"......beh, insomma...la politica e sopratutto l'AZIONE POLITICA sono tutto un'altra cosa...intanto facciamola 'sta Padania...poi sarà il popolo o meglio i popoli padani a decidere se federalista, regionalista ecc...pretendere che si faccia TUTTO E SUBITO mi sembra solo un modo per non fare un bel niente...ecco, aspettando il "federalismo perfetto"...facciamola 'sto caxxo di Padania, magari un po' imprefetta, ma intento facciamola...PENSIERO ma sopratutto AZIONE!!!...
Miro Greenheart "Cuoreverde"
Padano Sociale
utente anonimo

#19    28 Aprile 2008 - 20:28
 
...ripeto, il comunista Guido Fanti propose la super-regione Padania nel 1975, il PCI allora non volle nemmeno sentirne parlare...Bossi la riprose nel 1996 e si scatenò un attacco mass-mediatico, e non solo, senza precedenti...ma la questione settentrionale è ancora lì...i padani sono brava gente ma hanno EVIDENTEMENTE processi mentali piuttosto lenti...ventanni per capire che il comunismo è finito...FINITO!!!...forse fra ventanni capiranno che forse la soluzione per il nord è la Padania...E forse fra ventanni si farà 'sto caxxo di Padania ma sarà comunque troppo tardi...
SVEGLIA PADANI!!!

Miro Greenheart "Cuoreverde"
Padano Sociale

utente anonimo

#20    28 Aprile 2008 - 21:23
 
...la questione se la Padania sarà o meno federale, allo stato attuale mi sembra del tutto irrilevante...io voglio la Padania perchè vorrei dire basta a questa Italia di ladroni di stato, onorevoli “disonorevoli”, biscazzieri e meretrici di partito, banche rapinatrici, mafia, camorra, n'drangheta, immigrazione clandestina, impunità ad personam, evasione fiscale e condoni, debito pubblico, vescovoni impiccioni,otto per mille, servizi pubblici da terzo mondo ecc...è del tutto evidente che mafia, camorra e tutte le altre strutture di criminalità organizzata (italiane e straniere) sono fenomeni del tutto estranei alla cultura della Padania che non ha mai generato niente del genere neppure nei momenti economicamente e socialmente più difficili della sua lunghissima storia...fenomeni come racket e rapimenti sono del tutto sconosciuti alla mentalità padana...certo,questi fenomeni sono ora presenti anche in Padania ma sono di evidente importazione...la criminalità organizzata è penetrata solo dopo l'unità d'Italia, con le grandi correnti migratorie dal sud al nord e grazie alla connivenza e alla complicità del potere politico romano...e lo stato italiano, come non riesce a proteggere da questi fenomeni la gente onesta del sud, allo stesso modo lascia indifesi i cittadini padani...non parliamo poi del Vaticano...per una Padania laica, Roma al Papa!...se permettete, io mi accontenterei della Padania...in questo modo, io avrei risolto 3/4 dei problemi sopra elencati...ciao
Miro
utente anonimo

#21    29 Aprile 2008 - 18:44
 
...il 40% dell'economia italiana è in nero….qui al nord poi (lo scrivono i giornali) vi sono gioiellieri e titolari di bar che in media dichiarano al fisco meno di 21.500 euro all’anno (come un maestro elementare), tassisti (quelli che protestano) che denunciano redditi inferiori a quelli degli operai, proprietari di autosaloni che in media denunciano un reddito inferiore a quello dei metalmeccanici (16.000 euro all’anno)…l'evasione fiscale è un problema etico…e io direi anche politico…io sono un nazionalista padano (ex-leghista)…la Padania dobbiamo crearla per staccarci dal potere di Roma perché questo potere oggi in Padania consente nel settore fiscale iniquità e disuguaglianza fra gli stessi padani con lo strumento dell’evasione fiscale, sistema con il quale Roma per cinquant’anni si è assicurata il consenso dei ceti produttivi del nord…io non voglio la Padania solo per fare un bel agglomerato di “regioni del nord” (il progetto della Lega) o per creare uno stato con “poche tasse e poche regole”…(secondo una certa visione forza-italiota)…voglio uno stato padano dove TUTTI (i padani) paghino le tasse e non solo i dipendenti e una piccola parte dei lavoratori autonomi e delle imprese… nel 1996 operai e impiegati costituivano la parte maggiore della base elettorale della Lega Nord che in essa, nel suo carattere antisistema, vedeva una speranza per le battaglie di giustizia sociale…la Lega poi si è messa invece alla difesa del “ceto medio” in contrasto con la base elettorale della “working class” (con calo di consenso)…nel 2008 gli operai del nord, mandando a caso una sinistra immigrazionista, statalista, assistenzialista, merdionalista, globalista, hanno dato nuovamnete fiducia alla Lega...ora la Leha ha una grossa responsabilità verso il Nord...ma l'alleanza con il PDL è un grosso limite per le aspettative del Nord...la Padania va fatta per questa gente, gli operai e gli impeigati, che qui al nord è discriminata da altri padani (quelli del “ceto medio”) ai quali il potere romano ha consentito di evadere o comunque eludere le tasse!!!
Questo significa “per una Padania sociale”…
Ciao
Miro Greenheart
Padano Sociale
utente anonimo

#22    29 Aprile 2008 - 19:01
 
Miro Greenheart
utente anonimo

#23    30 Aprile 2008 - 18:03
 
Nel '500 la Chiesa impedì la nascita della Padania

Un po’ di storia padana...La Lega di Cambrai fu costituita il 10 dicembre 1508 da Papa Giulio II per bloccare le aspirazioni egemoniche della Repubblica di Venezia. Ad essa aderirono, oltre al pontefice, Luigi XII di Francia, l'imperatore Massimiliano I e Ferdinando II d'Aragona. La Lega di Cambrai combatté le forze veneziane per impedire l’espansione della Repubblica di Venezia sui territori milanesi, circostanza che avrebbe portato alla nascita di una vera e propria repubblica padana.

Per Venezia,sconfitta dai francesi ad Agnadello (1509), la guerra contro la Lega di Cambrai si trasformò in difensiva costringendola a costruire in fretta e furia, le nuove mura “veneziane” di Padova e Treviso.

Le modernissime concezioni tecniche saranno determinanti nel salvare la repubblica che, pur non riuscendo ad espandersi sul milanese (e creare uno stato padano) manterrà comunque lo 'Stato da Tera' fino a Bergamo(fino al 1797!!!).

Nel 1510, il papa che, come al solito, per mantenere la sua egemonia, non aveva esitato a chiedere aiuto agli eserciti stranieri (allo stesso modo, su chiamata del papa erano stati sconfitti nel 774 i longobardi padani dal franco Carlo Magno mettendo fine alla Langobardia,“federazione” dei ducati padani) sarà poi costretto a stringere con la Repubblica di Venezia, oltreché con la Spagna e il Sacro Romano Impero, una "Lega Santa" in funzione antifrancese.

Miro Greenheart "Cuoreverde"
Padano Sociale
utente anonimo

#24    11 Maggio 2008 - 10:20
 
"The Second Vermont Republic is a nonviolent citizens' network and think tank opposed to the tyranny of Corporate America and the U.S. government, and committed to the peaceful return of Vermont to its status as an independent republic and more broadly the dissolution of the Union."

questo e altro qui...

http://www.vermontrepublic.org/

Miro
utente anonimo

#25    12 Maggio 2008 - 23:53
 
...una cosa che mi fa sorridere è che per anni i partiti comunisti italiani hanno sostenuto che la Padania non esiste e che era solo un'invenzione di un certo sentimento egoista del nord...paradossalmente, ora sono proprio i partiti comunisti italiani a non esistere più a causa del voto degli operai padani...gli stessi operai che per anni avevano votato quei partiti comunisti...
Miro
utente anonimo

#26    21 Maggio 2009 - 19:21
 
...rimango sempre dell'idea che la Padania si debba fare...tralasciando certoi "placebo" federalisti...in questo momento appare evidente che non abbiamo bisogno di una soluzione "politica" bensì "geopolitica"...mi sembra evidente...mi chiedo sempre se veramente Milano, Genova, Torino, Venezia, Bologna abbiano veramente bisogno di Roma per governarsi...la questione in fondo è tutta qui...
Miro Greenheart
utente anonimo

#27    21 Maggio 2009 - 19:55
 
Saluti a Miro.
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#28    21 Maggio 2009 - 21:35
 
...ciao...stasera sono andato a correre sul lungomare...molta umidità...
Miro
utente anonimo

#29    30 Giugno 2009 - 20:13
 
...non certo da oggi sostengo una svolta "geopolitica" del PD...quindi sono estremamente favorevole al "PD del Nord"...certo, fino a questo momento la proposta ha trovato un netto contrasto nei vertici "romani"...ecco, quello che invece appare un interessante passo in avanti...è proprio di queste ore la proposta di Prodi di creare tanti partiti regionali federati, ma ampiamente autonomi, per riavvicinare il Partito Democratico al territorio e ai suoi cittadini...
...la proposta si basa sulla costituzione "in ogni regione di un Partito regionale, dotato di ampia autonomia interna, ma obbligatoriamente federato'' al PD ''nazionale e legato alle sue decisioni suti temi politici di maggiore rilevanza''...direi che si tratta di un notevole passo in avanti...un passo "geopolitico"...finalmente...

Miro
utente anonimo

#30    30 Giugno 2009 - 20:28
 
si potrebbe fare come i boy scout dalla semplice squadriglia ad un movimento nazionale..... ed oltre....
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente CharlesWallet

#31    30 Giugno 2009 - 21:24
 
…non ho citato casualmente la recente proposta dei “partiti regionali” di Prodi proprio in questo post relativo alla proposta di una "super-regione" della Padania che fece nel 1975 il comunista Guido Fanti...il 15 settembre 1996 Bossi dichiarò a Venezia l’indipendenza della Padania…in prossimità dell’evento, il 12 settembre 1996, apparve sul Corriere della Sera un articolo dal titolo “Fanti: la Padania l' inventammo noi 20 anni fa”…nel quale si poteva leggere “La Padania non e' un' invenzione di Umberto Bossi ne' un concetto nato con l' ingresso della Lega Nord sulla scena politica. Le sue origini risalgono ad almeno 20 anni fa e i suoi creatori sono almeno due. Il primo e' l' ex presidente comunista della Regione Emilia Romagna, Guido Fanti, che aveva coniato il termine nell' ambito di un progetto regionale di cui si occupava un comitato coordinato dall' attuale presidente del Consiglio Romano Prodi.(…). La data di nascita ufficiale del concetto di "Padania" e' il 6 novembre 1975, quando il quotidiano La Stampa di Torino ha pubblicato un articolo in cui Fanti esponeva la proposta per la creazione di una grande lega del Po. A rivendicare la paternita' dell' idea di Padania, sottolineando le differenze con il progetto della Lega, e' stato lo stesso Fanti in una intervista al giornale radio Rai. Dal comitato presieduto da Prodi, ha detto, "venne fuori l' idea di costituire un coordinamento con le regioni della Padania, cioe' una lega di tutte le regioni che si attestano sul Po per rappresentare insieme un potere anche contrattuale nei confronti degli organi centrali di governo piu' forte di quello che non potesse essere la singola regione".(…)

Miro

utente anonimo

#32    30 Giugno 2009 - 21:44
 
...appare chiaro che il dibattito sul futuro del PD si sta spostando dalla "politica" alla "geopolitica"...finalmente...dopo vent'anni..dal 1989...ormai cert concetti appaioni chiari e definiti anche a sinistra...altrimenti non si spiegherebbe il "successo" della Lega...che va letto chiave "metapolitica" e sopratutto "geopolitica"...il Nord ha già fatto un passo in avanti...ora tocca alla sinistra...il prossimo congresso potrebbe riservare delle novità..."geopolitiche"...
Miro Greenheart
utente anonimo

#33    30 Giugno 2009 - 23:08
 
Sei tornato Miro?
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#34    01 Luglio 2009 - 07:45
 
...eh,eh,eh...secondo me se venisse accolta la proposta di "partiti regionali" e io aggiungerei anche "macroregionali" come federazione di "partiti regionali", si potrebbe fare, ad esempio, il PD della Lunezia, oltrechè il PD del Nord o Padano...
Miro
Miro
utente anonimo

#35    01 Luglio 2009 - 07:46
 
...tutto questo in una evidente ripresa di un certo fermento "geopolitico"...non certo da sottovalutare...stimolante...direi...ciao...
Miro
utente anonimo

#36    01 Luglio 2009 - 07:51
 
Se non erro ieri Prodi ha invocato la creazione di un PD del Nord
utente anonimo

#37    01 Luglio 2009 - 07:53
 
VERISSIMO:
30-06-09
PD: PRODI, PARTITI REGIONALI FEDERALTI MA AUTONOMI PER AVVICINARE POPOLO

(ASCA) - Roma, 30 giu - Creare tanti partiti regionali federati, ma ampiamente autonomi, per riavvicinare il Partito democratico al territorio e ai suoi cittadini. Lo propone l'ex premier e gia' presidente del Partito democratico, Romano Prodi in un intervento sul Messaggero.

La proposta, che ricalca quella di anni fa all'ex segretario della Democrazia cristiana Ciriaco De Mita, si basa sulla costituzione ''in ogni regione - spiega Prodi - di un Partito regionale, dotato di ampia autonomia interna, ma obbligatoriamente federato'' al Pd ''nazionale e legato alle sue decisioni suti temi politici di maggiore rilevanza''.

''Con un'ulteriore clausola, cioe' che i delegati inviati dai partiti regionali al congresso nazionale fossero esclusivamente in proporzione dei voti riportati nelle ultime elezioni e non dei terreserati al Partito''. ''Credo che oggi il Pd, per affrontare con successo il futuro, abbia bisogno di riesaminare questa antica e inutilizzata ricetta, anche se con l'aggiornalmento reso necessario dall'introduzione delle primarie''.

val/cam/lv

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#38    01 Luglio 2009 - 14:24
 
...domenica ero a Pontremoli...con Valter...e si discuteva appunto anche di prospettive "geopolitiche"...come un appunto un PD del Nord...la proposta di Prodi mi sembra molto chiara...ed avvincente...
Miro
utente anonimo

#39    01 Luglio 2009 - 14:30
 
In efetti è stranamente chiara.
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#40    01 Luglio 2009 - 14:31
 
...ripeto...non ho citato casualmente la recente proposta dei “partiti regionali” di Prodi proprio in questo post relativo alla proposta di una "super-regione" della Padania che fece nel 1975 il comunista Guido Fanti...il 15 settembre 1996 Umberto Bossi dichiarò a Venezia l’indipendenza della Padania…in prossimità dell’evento, il 12 settembre 1996, apparve sul Corriere della Sera un articolo dal titolo “Fanti: la Padania l' inventammo noi 20 anni fa”…nel quale si poteva leggere “La Padania non e' un' invenzione di Umberto Bossi ne' un concetto nato con l' ingresso della Lega Nord sulla scena politica. Le sue origini risalgono ad almeno 20 anni fa e i suoi creatori sono almeno due. Il primo e' l' ex presidente comunista della Regione Emilia Romagna, Guido Fanti, che aveva coniato il termine nell' ambito di un progetto regionale di cui si occupava un comitato coordinato dall' attuale presidente del Consiglio Romano Prodi.(…). La data di nascita ufficiale del concetto di "Padania" e' il 6 novembre 1975, quando il quotidiano La Stampa di Torino ha pubblicato un articolo in cui Fanti esponeva la proposta per la creazione di una grande lega del Po. A rivendicare la paternita' dell' idea di Padania, sottolineando le differenze con il progetto della Lega, e' stato lo stesso Fanti in una intervista al giornale radio Rai. Dal comitato presieduto da Prodi, ha detto, "venne fuori l' idea di costituire un coordinamento con le regioni della Padania, cioe' una lega di tutte le regioni che si attestano sul Po per rappresentare insieme un potere anche contrattuale nei confronti degli organi centrali di governo piu' forte di quello che non potesse essere la singola regione".(…)

Miro Greenheart "Cuoreverde"
geopolitico padano
utente anonimo

#41    01 Luglio 2009 - 14:52
 
Quindi moriremo pagdani?
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#42    01 Luglio 2009 - 17:18
 
...no, si tratta di una rinascita...nelle riscoperta delle proprie identità...etnoculturali...nello specifico padane...gli strumenti possono essere vari...sicuramente il ruolo dei partiti nella nostra società moderna...appare fondamentale...sopratutto in questa fase di rinascita...importante quindi che anche la sinistra si muova finalmente in questo senso...non è altro che l'archetipo padano di cui ho scritto altre volte che riemerge...un "fiume carsico"...la "rinascita" della identità...quasi uno "sgorgare" inconsapevole e spontaneo...
Miro
utente anonimo

#43    01 Luglio 2009 - 17:23
 
Te lo ripeto, la sinistra non si muoverà...hai visto la Serracchiani?Già captata e messa a tacere!
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#44    01 Luglio 2009 - 17:33
 
...se proprio è necessario allora lo fondiamo noi il PD del Nord e della Lunezia...eh,eh,eh...
Miro
utente anonimo

#45    01 Luglio 2009 - 17:35
 
Certamente mi fiderei di più....
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#46    01 Luglio 2009 - 18:18
 
...avremmo già dovuto farlo...ma direi che siamo ancora in tempo...eh,eh,eh...
Miro
utente anonimo

#47    01 Luglio 2009 - 18:29
 
Lo sai Miro che sono filatelico e possiedo l'intera serie delle emissioni di francobolli della Lega?
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#48    01 Luglio 2009 - 19:55
 
...potrebbero venire utili...eh,eh,eh...ne avevo qualcuno anch'io...li compravo ai "raduni" di Pontida...con tanti altri "gadget"...
Miro
utente anonimo

#49    01 Luglio 2009 - 20:44
 
...io dal 2004 sono un "post-leghista"...no, non "ex"...ovviamente, in questo senso, credo che il "leghismo" possa essere trasfuso in tutti i partiti...di "destra" e di "sinistra" il progetto comune deve comunque essere la libertà politica, culturale, sociale ed economica della Padania e...dei padani...
Miro
utente anonimo

#50    02 Luglio 2009 - 00:29
 
...Padania...regione geografica così individuata e denominata nel testo del geografo Angelo Mariani “Geografia Economica Sociale dell'Italia” (Hoepli, 1910) che divide il territorio “italiano” in Padania e Appenninia e su di esse organizza le due parti del libro...
Miro
utente anonimo

#51    02 Luglio 2009 - 08:38
 
chissà come veniva chiamata la "padania" allora


secondo Giacomo Devoto[1] ci sarebbero stati tre ceppi etnico-linguistici principali:

* preindoeuropei ( neolitici ): Etruschi, Liguri (tra i quali forse i Taurini), Euganei-Reti, Alpini, proto-Umbri, Piceni, Elimi, Sicani, Sardi, Corsi;
* protolatini o protoindoeuropei: Latini (compresi i Falisci), Siculi, Ausoni-Aurunci, Opici, Enotri, Itali;
* italici o neoindoeuropei: Sabini, neo-Piceni, neo-Umbri, Sanniti (Carricini, Pentri, Caudini e Irpini), Osci, Lucani (tra i quali gli Ursentini), Bruzi,Sabelli adriatici (Marsi, Peligni, Marrucini, Frentani, Pretuzi, Vestini), Sabelli tirrenici (Ernici, Equi, Volsci).
utente anonimo

#52    09 Luglio 2009 - 21:41
 
...boh...ceppi "etnolinguistici"?...comunque gli antichi romani la chiamavano Gallia Cisalpina...i "galli" erano i celti...divisi nelle varie tribù...questa Gallia comprendeva anche i Veneti simili ai Celti per costumi ma differenti per lingua...al tempo dei Longobardi era detta Langobardia...divisa in "Austria" e "Neustria"...e fino a tutto il 1700 l'attuale Padania era detta "Lombardia"...niente a che vedere con l'attuale regiione "statistica" inventata dai geografi piemontesi...
Miro
utente anonimo

#53    09 Luglio 2009 - 22:58
 
...comunque per i Celti probabilmente la Padania era semplicemente "la pianura" (lanum) per antomasia...vista che appunto Milano (Mediolanum) città da loro fondata significa appunto "in mezzo alla pianura"...
Miro
utente anonimo

#54    10 Luglio 2009 - 19:59
 
Dal "Dizionario della lingua italiana" (Devoto - Oli)

PADANITA'
è il carattere distintivo della regione padana, dal punto di vista geografico, etnico, culturale

PADANO
del bacino del Po, dal punto di vista geografico, etnico, antropologico (dal latino Padanus)


utente anonimo

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